Sant'Ivo alla Sapienza



Subito dopo la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane a Borromini venne assegnata anche la costruzione della chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza nel 1642. La chiesa doveva sorgere all’estremità est del lungo cortile porticato di Giacomo della porta; per la pianta ancora una volta Borromini torno alla geometria di base del triangolo equilatero, ma questa volta scelse due triangoli che si compenetrano, formano un regolare esagono a stella. Le rientranze semicircolari che sostituiscono gli angoli di un triangolo sono determinati da circonferenze con raggio pari a metà del lato dell’esagono, mentre le estremità convesse dell’altro triangolo risultano da circonferenze con lo stesso raggio e i centri nei punti del triangolo; così rientranze di forma concava e rientranze con pareti oblique ed estremità convesse si alternano e si fronteggiano a vicenda attraverso lo spazio della chiesa.
La forma della chiesa è molto particolare e non è facile trovare dei precedenti storici, questo è dovuto al fatto che le piante di questo tipo non possono mai essere uniformi (perché i lati uguali non si fronteggiano) e qui sta un’elemento di inquietudine e di conflitto. Tuttavia questi problemi vennero abilmente evitati da Borromini, il metodo fu rivoluzionario: invece di creare, secondo la tradizione, uno spazio esagonale centrale e spazi satelliti minori messi negli angoli del triangolo, egli racchiuse il perimetro in una sequenza continua di pilastri giganteschi, che costringono lo spettatore a prendere atto dell’omogeneità dell’intera area della chiesa. Questa sensazione è fortemente aumentata dal sovrastante cornicione nettamente delineato che rivela la forma a stella del piano base in tutta la sua chiarezza.
A differenza di San Carlo alle quattro fontane la cupola copre il corpo della chiesa senza un’elemento strutturale di transizione, continua in pratica la forma a stella della pianta, poiché ogni segmento si apre alla base in una vasta finestra (nessuna delle costruzioni di questo periodo presenta una cupola di questo tipo); inoltre le linee verticali dei pilastri proseguono nelle modanature dorate della cupola che ripetono ed accentuano la sottostante divisione tripartita dei vani. Via via che si sale in altezza i contrasti tra le varie parti si affievoliscono e vengono ad arrestarsi sotto la lanterna nella pura dimensione del circolo.
All’esterno la cupola è costituita da quattro parti differenti: prima un’alto tamburo esagonale, sopra una piramide a gradoni divisa da costoloni simili a contrafforti, troviamo quindi la lanterna (con doppie colonne e rientranze concave tra di esse) ed infine si erge la spirale monolitica e scultoria.
Sant’Ivo deve essere considerato il capolavoro di Borromini, dove il suo stile raggiunge il culmine e dove egli azionò tutti i registri di cui disponeva.

San Carlo alle Quattro Fontane



Nel 1634 gli venne commissionata la costruzione del monastero di San Carlo alle Quattro Fontane, Borromini costruì prima di tutto il dormitorio, il refettorio e i chiostri, dimostrando di di essere un maestro nella razionalizzazione degli spazi. Nel 1638 fu posta la prima pietra della vera e propria chiesa  (che venne consacrata nel 1646); è di fondamentale importanza rendersi conto che nella progettazione del monastero Borromini basò i suoi disegni su unità geometriche, rinnegando il principio classico di di progettare in termini di moduli, cioè in termini di moltiplicazione e divisione di una unità aritmetica di base (rinunciando quindi alla posizione centrale dell’architettura antropomorfica).
Nella progettazione di San Carlo, Borromini diede straordinaria importanza all’elemento scultorio delle colonne, esse sono raggruppate per quattro con più larghi intervalli sull’asse longitudinale e trasversale. Per l’inserimento della cupola su una base di questo tipo, l’architetto posizionò un’area di transizione con pennacchi che gli permettono di disegnare una cupola ovale di forma curvilinea continua; i quattro intercolunni sotto i pennacchi adempiscono quindi la funzione dei pilastri negli incroci delle piante a croce greca. In questa chiesa Borromini conciliò tre differenti tipo di struttura: la zona più bassa ondulata (la cui origine si ritrova nelle piante tardo antiche, come il salone e la cupola della piazza d’Oro di Villa Adriana), la zona intermedia dei pennacchi (che deriva dalla pianta a croce greca) e la cupola ovale (che secondo la tradizione dovrebbe ergersi su una struttura della stessa forma).
La facciata della chiesa fu l’ultimo lavoro di Borromini; il sistema di articolazione, che combina un’ordine piccolo ed un’ordine gigantesco, deriva dai palazzi capitolini di Michelangelo e dalla facciata di San Pietro (dove Borromini aveva iniziato a lavorare come scalpellino), ma egli utilizzò il sistema michelangiolesco in maniera differente. Ripetendo i due registri di importanza quasi uguale, egli operò contro lo spirito per qui il sistema era stato creato, cioè di unificare la facciata in tutta la sua altezza, infatti la fila superiore contiene una quasi completa inversione di quella inferiore. La facciata consiste di tre settori; sotto, i due settori esterni concavi e il settore centrale convesso sono legati insieme dalla robusta, continua e ondulata trabeazione; sopra, i tre settori sono concavi e la trabeazione si svolge in tre segmenti separati. Inoltre il medaglione ovale sorretto da angeli e sovrastato dall’elemento a forma di cipolla annulla l’effetto del cornicione come barriera orizzontale. Sotto, le colonnine dei settori esterni incorniciano un muro con piccole finestre ovali e servono come supporto per nicchie con statue; sopra, le colonnine incorniciano nicchie e sostengono pannelli di muro conclusi; in altre parole, le parti chiuse e aperte sono state invertite.
Nel caso di San Carlo alle Quattro Fontane si tratta di una architettura che non ha soluzione di continuità (non vi è frattura nella definizione dello spazio, non ci sono angoli che interrompono la lettura dello spazio o la luce), i punti critici in cui una linea si trasforma da concava a convessa vengo risolti con l’interposizione delle colonne, inoltre il trattamento a stucco della cupola serve a decorare ed ad esasperare ulteriormente la spazialità dell’ambiente.
Nell’Oratorio dei Filippini il prospetto non richiama un’edilizia religiosa bensì è caratteristico dell’edilizia residenziale dell’epoca (che qui il linguaggio architettonico prescinde da quello che è il discorso di funzione).

Sant'Andra al Quirinale



La chiesa di Sant’Andrea al Quirinale altro non è che lo specchio fedele di quello detto prima che governano il modo di fare architettura in questo periodo; si tratta di una chiesa di piccole dimensioni ma di grande importanza non solo per le loro intrinseche qualità ma anche per lo straordinario influsso che determinarono. La chiesa venne commissionata dal cardinale Camillo Pamphili per i novizzi dell’ordine dei Gesuiti, la costruzione iniziò nel 1658 e ci volle molto tempo per poterla vedere completa, almeno fino al 1670, in quanto riccamente decorata.
Il carattere del sito indusse l’architetto a scegliere la pianta ovale, con l’asse trasversale più lungo di quello principale tra entrata ed altare; questa forma di per se non aveva niente di originale, ma quello che differenzia la chiesa del Bernini da tutte le altre è il fatto i pilastri si trovano ad entrambe le estremità dell’asse trasversale (non sono quindi presenti delle cappelle come negli esempi precedenti), come conseguenza abbiamo che lo spazio risulta completamente chiuso, la nuova soluzione quindi costringe il visitatore a seguire la serie ininterrotta di pilastri (sovrastati da un massiccio anello di trabeazione) finché non incontra l’edicola a colonne di fronte al recesso dell’altare, al di sopra del quale si trova la statua di Sant’Andrea, al quale convergono tutte le linee della chiesa.
Colore e luce collaborano all’effetto d’insieme, in basso, dove si trova il visitatore, la chiesa splende di prezioso marmo multicolore, in alto invece, a livello della cupola, i colori sono bianco ed oro. Lo spazio ovale è uniformemente illuminato da finestre fra i costoloni tagliate in profondità tra i cassettoni della cupola; tutte le cappelle invece sono considerevolmente più scure, anche se è presente una sottile differenza: quelle grandi a fianco dell’asse trasversale hanno una luce diffusa, mentre le quattro sussidiarie nelle assi diagonali sono sprofondate nell’oscurità, tale da enfatizzare l’illuminazione dell’altare.
 Per quanto riguarda l’esterno possiamo notare che la cupola è racchiusa in un involucro cilindrico le cui volute (che fungono da contrafforti) poggiano sopra il robusto anello che racchiude le cappelle, il cui cornicione prosegue sotto i giganteschi pilastri corinzi della facciata, per affiorare in corrispondenza del portale d’ingresso, creando un portico semicircolare, sostenuto da colonne ioniche. il motivo dell’edicola che incornicia il portico è ripreso all’interno, sulla stessa asse, dall’edicola che incornicia la nicchia dell’altare, ma mentre all’esterno la composizione attrae il visitatore, all’interno lo esclude.
Si tratta comunque di spazi che dal punto di vista costruttivo non hanno soluzione di continuità, sono spazi in cui si cerca di creare delle atmosfere continuità completa, nel senso che non si trovano all’interno di questi spazi (nonostante l’alternanza di forme concave e convesse) contrapposizione tra le diverse forme, si cerca di rendere lo spazio completamente unitario; laddove ci sono dei punti nei quali convergono elementi architettonici diversi di solito si cerca di rendere pittoricamente degli spazi chiusi ed integri, per cui è difficile distinguere l’elemento di decorazione da quello costruttivo, qui l’elemento architettonico antico viene estrapolato ed inserito in un contesto estraneo.